Gli effetti del caffè sul parkinson

Il caffè ha tante benefiche virtù e, tra queste, sempre maggiori evidenze scientifiche indicano vi sia anche la capacità di ridurre il rischio della malattia di Parkinson, la seconda malattia neurodegenerativa più comune, che colpisce circa l'1% della popolazione di età superiore a 60 anni.

Diversi studi clinici associano con sempre maggiori conferme il consumo di caffè a un rischio più basso di malattia di Parkinson. Curiosamente, i meccanismi biologici alla base di questo effetto potenzialmente protettivo della nostra amata bevanda non sono ancora stati completamente compresi, però il dato epidemiologico appare sicuro: il consumo di caffè è inversamente associato al rischio di malattia, ossia, in parole più semplici più caffè si beve più si riduce il rischio di Parkinson.

Dati epidemiologici e pre-clinici convergenti suggeriscono che la caffeina può conferire neuroprotezione contro la degenerazione dei neuroni, e influenzare sia l'insorgenza sia la progressione della malattia di Parkinson. I dati disponibili suggeriscono che la caffeina può migliorare anche i deficit motori correlati alla malattia di Parkinson e recenti scoperte sperimentali hanno inoltre suggerito un potenziale effetto della caffeina anche nella gestione dei sintomi non motori di questa malattia, che non migliorano con i farmaci attuali. Complessivamente, gli studi scientifici forniscono una forte evidenza che la caffeina può rappresentare uno strumento terapeutico promettente nella malattia di Parkinson: rispetto ai non bevitori di caffè, il rischio relativo di malattia di Parkinson si riduce di quasi un terzo per i bevitori di caffè e la buona notizia è che per godere di questo effetto protettivo non serve essere "maniaci della tazzina": questa riduzione si nota già con tre sole tazze di caffè al giorno.

Insomma, lungo o ristretto, dolce o amaro, il caffè risveglia le nostre giornate e fa anche bene.

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